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Il ritorno dei Novissimi nella riflessione teologica
Alessandro Ravanello

1. La rilevanza del tema

Dopo un periodo di relativa dimenticanza, sembra che oggi si torni a guardare con interesse ai Novissimi, termine latino con cui tradizionalmente si designano le quattro realtà definitive: morte, giudizio, inferno, paradiso. Non sembra sia la teologia, prima di tutto, ad alimentare oggi la questione dell’aldilà; piuttosto una letteratura divulgativa che molto successo riscuote presso il pubblico[1].
Nell’ambito teologico, per la verità, il tema è tutt’altro che assente, anche se la discussione su di esso ha vissuto il periodo di maggior vivacità negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento, tanto da spingere la Congregazione per la dottrina della fede a esprimersi ufficialmente nel 1979[2], e la Commissione teologica internazionale a intervenire con un documento nel 1992[3].
Dopo un lungo periodo di consenso, l’esistenza dello stato intermedio fu messa in discussione dalla teologia protestante all’inizio del XX secolo, sulla base della negazione della possibilità dell’esistenza dell’anima separata, nonché mediante la riflessione concernente la questione della temporalità. Nella teologia cattolica l’argomento si diffuse negli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare nell’area di lingua tedesca.
A favorire l’emergere della problematica, oltre all’influsso della teologia protestante, contribuì la discussione sull’interpretazione dell’assunzione di Maria. In quel periodo comparvero i primi tentativi di soluzione della questione dello stato intermedio, basati sul ripensamento dei significati di anima e di tempo. Nel contesto di questa disputa, nel 1962 Ladislaus Boros (1927-1981) presentò nel libro Mysterium mortis[4] una proposta originale: la risurrezione nella morte. Tale ipotesi diede avvio a un ampio dibattito che la già richiamata presa di posizione da parte del magistero alimentò ulteriormente.
Non si devono dimenticare altre due piste di riflessione che si sono sviluppate: la prima sulla possibile conciliabilità della dottrina della reincarnazione con la fede cristiana[5]; la seconda relativa alla pretesa di dimostrare scientificamente la dottrina della reincarnazione grazie allo studio di dati parapsicologici e terapeutici. L’interesse per tali questioni segnala e, allo stesso tempo, alimenta un fenomeno crescente: il diffondersi di convinzioni relative alla vita dopo la morte non derivanti dalla fede cristiana e non coerenti con i suoi contenuti.

2. Le resistenze al tema

Il rinnovamento escatologico del Novecento ha prodotto dei manuali indubbiamente attenti alle istanze dell’uomo contemporaneo, impegnati a cogliere il legame con la dimensione storico-sociale, animati dal principio speranza, orientati cristologicamente. In questo modo, però, la trattazione ha tralasciato le domande relative ai temi classici della dottrina sulle cose ultime, cui il trattato sui Novissimi aveva cercato di rispondere: che cosa c’è dopo la morte? Ci sarà una fine del mondo? Come avverrà il giudizio? Come sarà l’aldilà? Che cosa saremo, che cosa proveremo, con chi ci troveremo?
Tale reticenza è espressione, in parte, della reazione al limite in cui è caduta la tradizione (in modo accentuato nella stagione medioevale e nella teologia precedente il concilio Vaticano II), di descrivere l’aldilà mediante rappresentazioni fisico-cosmologiche oggi considerate ingenue; in parte, della resistenza psicologica dell’uomo contemporaneo, già provato per lo scandalo del male presente nel mondo, a pensare l’aldilà come luogo di pene e tormenti; in parte, è effetto del progressivo diffondersi nella cultura e nella sensibilità comune della mentalità scientifica, che tende a erodere credibilità a tutte le questioni non sottoponibili alla verifica dei metodi sperimentali.
Alla luce di queste resistenze, risulta necessario e urgente mettere a tema la peculiarità della risposta cristiana alle domande sulla vita dopo la morte, anche a servizio della catechesi e della predicazione.

3. I motivi per un ritorno ai Novissimi

Riconosciamo quattro elementi di notevole portata correlati alla riflessione sulla condizione finale dell’uomo dopo la morte.
Il primo è legato alla difesa dell’identità umana: mentre in passato l’orizzonte della vita eterna era quasi connaturale al pensare comune e di fronte ad essa vi era un generale senso di timore (tanto che non si può negare che la predicazione dei Novissimi sia stata usata anche per formare o controllare le coscienze), nel tempo presente l’uomo, concentrato a sviluppare le infinite potenzialità della tecnica, o fugge le domande su ciò che non rientra nel dominio dei sensi, o se ne disinteressa perché già soddisfatto nei propri bisogni dalla dimensione materiale e quindi non attratto da quella ultraterrena. Eppure, è parte integrante della struttura fondamentale dell’uomo interrogarsi e darsi risposte su quanto avvenga con la morte e dopo di essa[6].
La diffusione delle pratiche funerarie testimonia la credenza in una vita al di là della morte; i riti della morte, comuni alle diverse religioni, esprimevano la convinzione e l’attesa che i morti continuassero a vivere in una forma diversa. Inoltre, i racconti sulle modalità attraverso le quali si accedeva all’aldilà e gli oggetti che venivano posti nella tomba dei defunti provano che la vita nell’oltretomba era oggetto di immaginazione.
Queste testimonianze storiche ci dicono che è atto pienamente umano, cioè che esprime l’originalità dell’uomo rispetto a ogni altro essere vivente, porsi le domande sulla destinazione finale della propria esistenza e trovare plausibili risposte. Il discorso sui Novissimi, però, è chiamato oggi anche a salvaguardare l’identità umana accettando le sfide provenienti dal pensiero contemporaneo e dalle scienze. Da una parte, alcuni[7] teorizzano la fine dell’eccezione umana rispetto agli altri esseri viventi[8]; dall’altra, in ambito scientifico, si sviluppa sempre più il movimento del “transumanesimo”, che esalta le potenzialità dell’intelligenza artificiale prospettando non da ultimo un superamento della mortalità umana: l’uomo potrà presto vestire i panni e agire nel ruolo del suo stesso creatore. La neurologia avanzata e le sue discipline collaterali si manifestano, di fatto, come un tentativo di tirare nell’aldiquà l’escatologia, ovverosia la speranza in una vita compiuta e riuscita. A ben guardare, qualcosa di simile è avvenuto anche in ambito politico, mediante l’identificazione del regno compiuto con forme di potere totalitarie, ogni volta però con conseguenze orribili (così, ad esempio, nel regime nazista, nello stato sovietico-comunista, nella rivoluzione maoista).
Comprendiamo come qui sia davvero in gioco la salvaguardia di ciò che è propriamente umano. Il legame con la dimensione escatologica, cioè con la condizione definitiva e lo svelamento dell’umano compiuto, ha una rilevanza decisiva per dire l’identità dell’uomo che vive, sceglie e agisce oggi. Non è un caso che nei primi secoli della riflessione cristiana nella considerazione dell’essere umano la dimensione escatologica fosse centrale[9]. Pensiamo poi a Tommaso, per il quale è la relazione che Dio instaura con ogni persona a costituirne la singolarità e a garantirne la permanenza anche oltre la morte[10]. I Novissimi, di fronte alle provocazioni della contemporaneità, hanno il compito di mostrare come nella morte non vi sia alcuna dissoluzione delle persone nell’indistinto, ma il compimento del rapporto singolare e personale di Dio con l’uomo; e di rendere ragione del fatto che il compimento, in ultima istanza, non può che essere accolto come dono eccedente qualsiasi potenzialità umana.
Un secondo elemento di rilevanza del tema riguarda l’affermazione della singolarità della fede cristiana, dal momento che l’annuncio sulle realtà ultime ne costituisce un elemento fondamentale: tale annuncio non può rimanere sottaciuto proprio mentre la scienza riformula le questioni relative all’evento della morte secondo il proprio paradigma[11], e da parte delle forme di spiritualità emergenti proliferano ipotesi sulla destinazione dell’uomo dopo la morte. Le correnti di spiritualità New Age[12] o quelle orientali[13], in particolare, diffondono la dottrina della reincarnazione e, a giudicare dalla richiesta crescente di disperdere le ceneri dei defunti in montagna, in mare, nei laghi, nei fiumi, anche in determinate aree urbane, alimentano la convinzione che il sé perda la propria consistenza personale dopo la morte, finendo con il dissolversi nel nulla o con l’assimilarsi alla natura. Da qui la necessità che la fede cristiana offra risposte alla luce della relazione fondamentale con il Dio di Gesù Cristo.
Vi è un terzo elemento che motiva la riflessione sulla destinazione definitiva dell’uomo: renderci migliori abitanti di questa terra. A chi contesta la pertinenza di questa motivazione si può rispondere con un’osservazione: se per un verso è vero che l’interesse per l’aldilà può diventare motivo di fuga dalle responsabilità che il presente ci pone davanti, per un altro verso la dottrina sulle realtà ultime può educare a un certo modo di abitare il creato e la società (in negativo, lo si afferma quando si ricorda come la dottrina sull’inferno possa essere stata utilizzata per controllare le coscienze). La trattazione dei Novissimi, dunque, costituisce una forma di conoscenza potenzialmente ambigua nella sua recezione e nei suoi effetti, ma non necessariamente in opposizione all’impegno terreno.
Mi pare doveroso ricordare, infine, lo stimolo a soffermarsi sulle realtà definitive che giunge alla riflessione teologica dalle numerose testimonianze di giovani contemporanei il cui cammino spirituale e di santità è stato segnato in modo profondo e decisivo dall’apertura alla vita compiuta in Cristo nell’aldilà[14].

4. Un linguaggio per i Novissimi

Per cogliere la sfida di riuscire ad affermare qualcosa di concreto sulla condizione nell’aldilà, dopo la de-mitologizzazione delle realtà escatologiche, è indispensabile interrogarsi circa la pertinenza dell’utilizzo delle immagini per parlare dell’aldilà: esse non vanno intese come descrizioni, ma ciò non significa che non abbiano alcuna valenza conoscitiva.
Alla luce della teoria di Paul Ricoeur (1913-2005)[15], secondo cui al parlare per immagini va attribuito un valore rivelativo, e considerato che le immagini che utilizziamo in escatologia non hanno la pretesa di introdurci nella sfera divina, ma svolgono la funzione di svelarci il possibile umano non ancora visibile nel presente ma atteso nello stadio del compimento, il ricorso a un linguaggio immaginifico nel caso dei Novissimi appare necessario oltre che legittimo.
Lo stesso Gesù ricorre a immagini per annunciare il vicino regno di Dio (banchetto, Gerusalemme celeste, nozze dello sposo e della sposa, separazione tra bene e male, annientamento del male…). Esse, in modo metaforico, rivelano la realtà di quella salvezza che il popolo di Dio ha già pregustato mediante la fede in tutta la storia dell’alleanza d’Israele e soprattutto in Gesù Cristo.
In questa prospettiva si può recuperare anche il senso delle categorie classiche cui la tradizione, con una insistenza e con una modalità che a noi paiono ingenue, è ricorso: temporalità e corporeità costituiscono la struttura primordiale della nostra presenza al mondo o alla terra e quindi ci è impossibile parlare dell’aldilà a prescindere da esse[16]. Non hanno valore di semplici immagini, ma in quanto costitutive della nostra esperienza umana originaria, sono cariche di aspettative, invocano un “per sempre” e attendono un compimento[17].
Il ricorso ai luoghi e al corpo, peraltro, intende anche esprimere quel bagaglio di esperienze terrene “sensate” che, per la loro dignità, riteniamo che non potranno andare perdute, essere cancellate con la fine della vita terrena, ma giungeranno a compimento[18].
Tale compimento può essere pensato nei termini del superamento dell’ambivalenza che le esperienze antropologiche originarie nascondono nella dimensione terrena: il tempo, ad esempio, scorrendo fa maturare, ma conduce anche a una fine; la casa, intesa come luogo e come focolare domestico, può svolgere una funzione di custodia, ma anche rivelarsi una minaccia. I due termini dell’ambivalenza, però, non sono equivalenti o cooriginari, come dimostra la delusione di fronte a situazioni che “non dovrebbero esserci” (spreco di tempo, separazione, instabilità affettiva) o a eventi che “non sarebbero dovuti accadere” (morte, violenza, furti, incidenti domestici).
Focalizzando l’attenzione sulla realtà della casa, individuiamo nell’affidamento l’atteggiamento originario nei suoi confronti: essa, in quanto contesto dove inizia la primissima percezione della realtà, della sua forma e del suo senso, offre il presentimento di ciò che la realtà (il mondo, la società, la famiglia, i legami…) è, o dovrebbe, o avrebbe dovuto essere, ovvero il preannuncio di ciò che la realtà tutta potrà essere. Se è vero che il senso originario favorito dalla casa è quello dell’affidabilità, dell’attendibilità, ne risulta che l’esperienza domestica indica una promessa: prima o poi il mondo diventerà affidabile come la casa. Inoltre, il mondo intero sarà “a dimensione di casa”, cioè tutta la realtà smetterà di essere solo oggetto, e risulterà familiare, ospitale, affidabile. Niente più provocherà paura e diffidenza[19].
Sulla base dell’immagine dell’“abitazione” si può affermare che il legame tra Dio e l’uomo è destinato a compiersi nel segno dell’affidabilità: d’altra parte, se già nel presente è possibile abitare in Gesù e nel suo mondo è perché se ne riconosce l’attendibilità; come del resto, già oggi prendendo casa nell’uomo, Dio per primo fa affidamento su di lui mettendolo nella condizione di fidarsi[20].
Il discorso sui Novissimi può godere di una rinnovata credibilità e acquistare rilevanza nel panorama teologico e culturale contemporaneo anche grazie all’elaborazione di un linguaggio che, dopo la fase della sua de-mitizzazione, racchiude due potenzialità: quella di riuscire a comunicare e rivelare qualcosa di reale; quella di esprimere il senso delle esperienze antropologiche fondamentali attraverso il legame con il compimento atteso.


Nota bibliografica


G. Canobbio, Fine o compimento? Considerazioni su un’ipotesi escatologica, in Id. et al., La fine del tempo, Morcelliana, Brescia 1998; Id., Di fronte alla morte o alle morti?, in Id. et al., Di fronte alla morte, Morcelliana, Brescia 2009; J. Delumeau, Le péché et la peur, Fayard, Paris 1983 (ed. it. Il peccato e la paura. L’idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Il Mulino, Bologna 1987); A. Nitrola, Trattato di escatologia. Spunti per un pensare escatologico, vol. I, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2001; C. Paccini - S. Troisi, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, Edizioni Porziuncola, Assisi 2013; J. Ries, New Age e reincarnazione, in «Religioni e sette nel mondo» 5 (1996) 45-56; P. Ricoeur, La métaphore vivante, Seuil, Paris 1975 (ed. it. La metafora viva. Dalla retorica alla poetica: per un linguaggio di rivelazione, Jaca Book, Milano 1986); Id., Temps et récit 1, Seuil, Paris 1983 (ed. it. Tempo e racconto, vol. I, Jaca Book, Milano 1986); Id., Du texte à l’action. Essais d’herméneutique II, Seuil, Paris 1986 (ed. it. Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica, Jaca Book, Milano 1989); H.U. von Balthasar, Eschatologie in unserer Zeit. Die letzten Dinge des Menschen und das Christentum, Johannes Verlag, Einsiedeln 1955 (ed. it. Escatologia nel nostro tempo. Le cose ultime dell’uomo e il cristianesimo, Queriniana, Brescia 2017).

[1] Solo per citare alcuni libri scritti o tradotti in italiano: G. Solomon - J. Solom, Le prove scientifiche della vita dopo la morte, Armenia, Milano 2001; P. McMahon, Non è un addio. Le risposte a tutte le tue domande sulla vita dopo la morte, Armenia, Milano 2011; R.A. jr Moody, La vita oltre la vita, Mondadori, Milano 2011; H. Erlendur, Incontri dopo la morte. Apparizioni, contatti e manifestazioni tra gli spiriti dei defunti e i viventi, Armenia, Milano 2013; A. Eben - T. Ptolemy, La mappa del paradiso, Mondadori, Milano 2014; A. Socci, Tornati dall’aldilà, Rizzoli, Milano 2014. In questo tipo di letteratura, molto diffusa e letta, centrale è la domanda sul destino riservato alle nostre anime, se ci sia vita dopo la morte, quale sia la nostra meta. L’integrazione tra racconti testimoniali e studi di scienziati e grandi saggi di ogni tempo intende mostrare con sorprendente chiarezza “scientifica” nuove e sconvolgenti prospettive sull’aldilà, ben oltre la piccola e limitata esperienza terrena.

[2] Congregazione per la dottrina della fede, Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia (17 maggio 1979), LEV, Città del Vaticano 1979.

[3] Commissione teologica internazionale, Alcune questioni attuali riguardanti l’escatologia, in Ead., Documenti 1969-2004, Editrice Studio Domenicano, Bologna 2006, 422-473.

[4] L. Boros, Mysterium mortis. Der Mensch in der letzten Entscheidung, Walter, Olten/Freiburg 1962 (ed. it. Mysterium mortis. L’uomo nella decisione ultima, Queriniana, Brescia 19793).

[5] Cf. K. Rahner, Grundkurs des Glaubens. Einführung in den Begriff des Christentums, Herder Verlag, Freiburg, Basel - Wien 1976 (ed. it. Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, Paoline, Alba 1977, 560s); C. Schönborn, Reinkarnation und christlicher Glaube, in C.A. Keller et al., Reinkarnation - Wiedergerburt aus christlicher Sicht, Paulusverlag, Freiburg 1987, 127-146; H. Frohnhofen, Reinkarnation und frühe Kirche, in «Stimmen der Zeit» 114 (1989) 236-244; J. Nocke, Ist die Idee der Reinkarnation vereinbar mit der christlichen Hoffnung auf Auferstehung?, in H. Kochanek (ed.), Reinkarnation oder Auferstehung, Herder, Freiburg 1992, 263-284.

[6] Tutte le civiltà hanno percorso la stessa strada, hanno messo i piedi sulle stesse orme, ma in maniere diverse. Al termine ognuna ha trovato lo stesso interrogativo, quello sull’aldilà, al quale ha risposto alla propria maniera. Moraldi dimostra questa tesi accostando diverse civiltà: i sumeri, gli assiri, i babilonesi, gli egiziani, i filosofi e scrittori greci, gli ebrei, i cristiani, i musulmani. Cf. L. Moraldi, L’aldilà dell’uomo nelle civiltà babilonese, egizia, greca, latina, ebraica, cristiana e musulmana, Mondadori, Milano 1985, 7.

[7] Cf. J.-M. Schaeffer, La fin de l’exception humaine, Gallimard, Paris 2007.

[8] Secondo Schaeffer, filosofo della cultura, le conoscenze scientifiche attuali non ci permettono più di considerare l’essere umano come un’eccezione nel novero dei viventi; conseguentemente, non esiste alcun tipo di differenza ontologica tra gli uomini e gli altri esseri. Cf. G. Canobbio, Fine dell’eccezione umana? La sfida delle scienze all’antropologia, Morcelliana, Brescia 2018, 5.

[9] Ibid., 151.
[10] Ibid., 163.

[11] Lo studio dei fenomeni cosiddetti di premorte è stato avviato in modo sistematico dall’americano Raymond A. Moody (1944-). Dopo la pubblicazione del suo primo libro, Moody, La vita oltre la vita (1975), in cui ha raccolto parecchie testimonianze di “sopravvissuti”, sempre più numerosi sono stati gli studiosi che hanno avviato sistematiche ricerche in questo campo. Nel testo R.A. Moody, Nuove ipotesi sulla vita oltre la vita, Studi e rivelazioni sul fenomeno della sopravvivenza (Mondadori, Milano 19773), l’autore definisce l’esperienza di premorte come qualsiasi esperienza conscia e percettiva che abbia luogo durante un incontro con la morte, cioè un avvenimento nel corso del quale la persona interessata rischia seriamente di morire o di venire uccisa (talvolta al punto di venire dichiarata clinicamente morta) ma sopravvive e continua la sua vita fisica.

[12] Secondo il pensiero New Age l’uomo deve compiere un cammino per risvegliare la consapevolezza di essere parte di un “tutto” divino e potersi così immergere in quell’unico “sé” divino di cui l’universo è espressione. In tale contesto si colloca la dottrina della reincarnazione che, da un lato, richiama evidenti influssi delle religioni orientali, ma dall’altro lato manifesta caratteristiche del tutto peculiari che ne definiscono la fisionomia secondo un modello tutto “occidentale”. La dottrina della reincarnazione in ambito New Age richiama l’idea di una “seconda opportunità” per realizzare quella crescita di consapevolezza interiore che molto spesso una sola vita non basta a compiere.

[13] Si tratta di correnti riconducibili alla dottrina della reincarnazione, professata nel buddhismo e nell’induismo: dopo la morte l’anima si reincarna nelle diverse specie di esistenza allo scopo di azzerare il Karma, la legge secondo la quale gli esseri senzienti subiscono le conseguenze morali delle loro azioni e vengono sottoposti al ciclo delle rinascite.

[14] Carlo Acutis, Chiara Luce Badano, Chiara Corbella, Giulia Gabrieli, Marco Gallo, solo per citarne alcuni.

[15] Ricoeur ha individuato «la specificità del discorso filosofico sul linguaggio come possibilità di attraversare l’intero dominio semiologico per andare oltre il segno, al cuore della relazione tra linguaggio e realtà, riproponendo così in forme nuove l’antico problema filosofico della verità»: D. Jervolino, Il cogito e l’ermeneutica. La questione del soggetto in Ricoeur, Marietti, Casale M. (AL) 1993, 143.

[16] Attraverso il ricorso analogico a concetti spazio-temporali, il discorso sui Novissimi comunica un contenuto oggettivo, anche se certamente modesto, povero e limitato; in altre parole, indica la direzione da seguire per accostarsi alla conoscenza delle realtà ultime e afferma, allo stesso tempo, che quel molto di più che rimane da dire potrà essere sperimentato solo nell’aldilà.

[17] Il vangelo di Giovanni, per alludere alla vita eterna, usa il verbo ménein, che significa abitare stabilmente, dimorare, restare, perdurare (cf. Gv 15, 4-5).

[18] Cf. G.C. Pagazzi, Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli, Edizioni Dehoniane, Bologna 2010, 31-36.

[19] Cf. Ivi, 47.
[20] Cf. Ivi, 90.

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