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Editoriale

«Educare ed educarci in questo tempo, affinché nessuno pensi di chiedere a Google la risposta sul senso della vita, ma ricominci a chiederlo alle grandi narrazioni che hanno guidato nel corso dei secoli credenti e non credenti». È l’incisiva conclusione che Luca Peyron ci affida dopo averci accompagnati in una lucida riflessione sui Luoghi dove stiamo crescendo, evidenziando come la sensazione di smarrimenti e di confusione che a volte afferra noi e le nostre comunità ecclesiali oggi non sia solamente nostra, ma attanagli gran parte della cultura, delle religioni, dell’economia, delle stesse etiche generali e applicate.
In questa epoca di grandi transizioni (ce n’è mai stata una che non lo fosse?), di tempi difficili, complessi e disorientanti (difficile trovare chi non l’abbia asserito dei propri), tuttavia, è necessario riprendere l’«arte del pilota» (cibernetica) a partire dalla responsabilità di attuare una necessaria formazione morale.

1. Etica e morale


Se nel titolo della monografia usiamo il termine «etica» è perché oggi si preferisce parlare di etica piuttosto che di morale, dal momento che quest’ultima ha una connotazione peggiorativa. Se dal punto di vista semantico i due termini possono equivalersi, non così sul versante etimologico dove si rilevano delle differenze anche notevoli. Non si tratta di un semplice esercizio di vocabolario e neppure di una distinzione tecnica (etica come scienza che assume le morali come oggetto di studio), definiscono invece competenze specifiche, per cui, esemplificando con Paul Ricoeur, con «etica» va intesa la visione di una vita compiuta, di una vita buona e felice, mentre con «morale» se ne vanno precisando le articolazioni nei dettami e nelle normative.

Le voci plurali che costituiscono la presente monografia non potevano facilitare una chiara determinazione di tali differenze, per cui si è inteso soprassedere alle differenziazioni specifiche, intendendo i due termini come equivalenti. E questo vale anche per l’impiego indifferenziato dei due termini «formazione» ed «educazione».
Peraltro, la problematica che la redazione ha inteso discutere non è la differenza tra etica e morale, ma la necessità oggi di una formazione etica/morale e i termini di una sua possibilità nel mezzo di un cambiamento epocale caratterizzato dall’accentuazione delle soggettività individuali e dal pluralismo che ci ha portato in dote questa era globale. Al centro, cioè, abbiamo posto il nodo della formazione che insorge di necessità innanzi all’affermarsi di stili di vita nuovi e diversi, alla pervasività della mentalità tecnologica, alle frammentazioni delle esistenze, alla dispersione interiore, alla preponderanza dell’esteriorità sull’interiorità, situazioni che mettono in crisi e a rischio l’unità e la finalità del vivere personale avvertito come governato dalle circostanze e dall’arbitrarietà dei forti al punto che da più parti – anche nella chiesa – insorgono appelli per una riaffermazione convincente e rassicurante di principi chiari e dottrine precise. Ma sarebbe poi questa la risposta e la formazione migliore possibile: una specie di coazione a ripetere?

2. La via della formazione etica


Non basta ovviamente. Riaffermare codici e principi, valori e verità pratiche, prassi e teorie lascia il tempo che trova. Anzi, a volte sembra più un rassicurante espediente che l’assunzione determinata di un bagaglio dottrinale ed etico. Occorre invece farsi carico seriamente dell’istanza conciliare per un’accurata consapevolezza critica della 
nostra interiorità personale, la formazione continua di una coscienza capace di essere libera, quindi responsabile. Questa è la via della formazione etica.
È in questa ottica che si muove la nostra proposta e che si comprende meglio anche la scansione dei contributi del fascicolo. La riflessione si apre con una previa esplorazione dei motivi che rendono arduo per tutti l’impegno della formazione morale. Italo De Sandre (Profili etici: una esplorazione) illustra con puntualità i «bacini valoriali» che più profondamente oggi danno senso alla vita delle persone. Li definisce anche «codici generativi» perché determinano il giudicare e l’agire. Conoscerli è essenziale per un’adeguata elaborazione delle risposte.
Perché saper rispondere è necessario nella dinamica dialogica di ogni atto formativo. Il secondo contributo, quindi, va più in profondità e guarda a I luoghi dove stiamo crescendo. Cosa rimane dopo la crisi delle grandi agenzie etiche tradizionali (scuola, associazioni, chiese, sindacato, partiti…)? Quali riferimenti etici rimangono in questo tempo senza ideologie e senza fede? Luca Peyron ci guida in cerca di una morale condivisibile adatta per questa nostra società globale e smaterializzata.
Al cuore del fondamento etico e al centro della sua formazione c’è la parola di Dio, luogo vivente dell’ascolto di Dio e della relazione con lui. Diversamente da come ci si aspetterebbe, nella Scrittura sono presenti molteplici modelli etici, che attestano il forte legame che c’è tra etica, storia e società all’interno dell’unico orizzonte storico-salvifico. Martino Signoretto (Modelli etici nella Scrittura e l’orizzonte storico-salvifico) accompagna la sua riflessione con due esemplificazioni concrete, complicate in sé e apparentemente ai margini del piano di salvezza, ma diventate storie benedette.
Oggi non mancano complessità e complicazioni nella comprensione cristiana del fatto morale. Eppure dopo il concilio si sono avviati percorsi di ricerca che hanno portato a passi avanti nel recupero di un suo più profondo radicamento non solo nella parola di Dio, ma anche nel magistero e nella tradizione teologica, ponendone finalmente al centro non un sistema morale, ma la formazione della coscienza. Un percorso non sempre lineare, a volte indeciso o debole, ma che vede oggi papa Francesco (ce ne parla Simone Morandini, Francesco, per il rinnovamento dell’etica) spingere per una morale centrata sulla misericordia di Dio (la salvezza è dono di un amore, è vicinanza di Dio) che genera la possibilità stessa di una risposta grata e stupita (la salvezza come chiamata a una vita di misericordia). Un’etica «in uscita» fatta di discernimento e azioni che toccano ogni ambito del vivere delle persone (ecologico, politico, economico…). 
La riflessione prosegue su altri due vettori tematici. Quello centrale, che si interroga sui paradigmi oggi necessari per una formazione morale, e quello che analizza il ruolo e la pratica formativa di alcuni ambiti particolari.
Quali sono i valori che possono essere ri-proposti dentro l’offerta di un paradigma teologico-morale oggi? Roberto Tamanti (Illuminare il vissuto morale. Categorie e ambiti per una rinnovata fondazione della morale) suggerisce come valorizzare le risorse di una grande tradizione etica. L’autore sottolinea che ciò che varia è sempre il paradigma antropologico (chi è l’uomo? come si percepisce?) perché la domanda resta sempre la stessa: la ricerca di senso (GS 12). L’odierna esaltazione e sovrastima dell’uomo offusca e spegne proprio la domanda di senso. Urge quindi la chiarificazione («riproposta») di alcuni valori cardine di cui l’autore offre pochi cenni, ma che sono come l’accordo di accompagnamento di una melodia che deve essere intonata.
Il fatto che alcune agenzie etiche tradizionali siano entrate in crisi non significa che si debba inventarne altre. Anche per esse vale l’appello a un rinnovamento profondo delle proprie finalità e quindi dei propri metodi formativi. Non potevamo certo prenderle in esame tutte, per cui abbiamo scelto di dedicarci a quelle di maggior impatto formativo.
Un modo nuovo di pensare e di realizzare la famiglia (Eugenia Scabini, Famiglia come soggetto morale, tra le generazioni) implica una rimodulazione delle relazioni tra aspetti affettivi ed etico/morali. L’ethos familiare, che ha a che fare con le eredità e i patrimoni materiali e spirituali che si trasmettono tra le generazioni, consente di sperimentare vicinanza e condivisione e richiede una cura responsabile.
«Lungi dall’essere luogo neutro per un’educazione morale, la scuola si rivela come luogo com-plesso – e tuttavia privilegiato – in cui lo studente (e non solo) introietta, talora in modo esplicito e talora in modo implicito, la sua struttura morale». Gaia De Vecchi (Scuola, educazione, etica. Abi[li]tare il percorso scolastico) riflette sulla necessità che la scuola sappia formare nella dialettica polare tra memoria e profezia, fedeltà e apertura, ancorata alla realtà e protesa ai desideri. Un compito non facile.
E le nostre comunità cristiane? È poi così scontato che siano effettivamente luoghi significativi per la formazione morale? Non sembra. Anni e anni di formazione, di preparazioni, catechesi e scuole di preghiera non pare riescano a formare cristiani che sappiano vivere come tali. Come mai? Ci riflette Carla Corbella (Comunità cristiana come spazio di formazione etica?) evidenziando la necessità di comunità capaci di incontrare e coinvolgere in via preliminare la persona in una relazione significativa con Dio e con l’altro.
Da tempo ormai urge l’interrogativo sulla formazione iniziale e permanente dei ministri ordinati. Che vada ripensata ce l’attestano anche i recenti scandali che hanno coinvolto e coinvolgono numerosi presbiteri. Roberto Massaro (Accendere l’eternità o spegnere la vita? La formazione etica del presbitero), servendosi di alcune metafore tratte dalla scienza medica, individua alcune patologie e offre possibili terapie, che richiedono ben altro che la riforma della sola formazione iniziale nei seminari.
L’Invito alla lettura, curato sempre da Roberto Massaro, segnala quei testi che ci possono aiutare a comprendere il rinnovamento della teologia morale, l’importanza del discernimento come chiave della formazione etica e il suo ruolo nei diversi stati di vita. Infine, la rubrica In Libreria riporta le recensioni di alcuni volumi inviati alla nostra redazione.

* * *

Siamo nel pieno di un’altra vita, catapultati da un virus nel giro di pochi giorni dentro spazi ristretti e con limitate possibilità di azione. Una situazione che però non ci impedisce di presentare ai lettori questa monografia. Siamo costretti certamente a fare i conti con qualche intoppo tecnico, ma «CredereOggi» continua a essere pensato, scritto, stampato e inviato agli abbonati. Ci saranno sicuramente dei ritardi nelle consegne, ma le forzate riduzioni delle attività, tuttavia, ci consentono l’elaborazione puntuale dei contributi, l’analisi critica dei contenuti, quella maggiore cura che la frenesia dei bei tempi andati spesso non permetteva.

È proprio adesso che si può apprezzare l’utilità dell’abbonamento: «CredereOggi» vi raggiunge a casa. Non solo. C’è più tempo anche per leggere tutta la rivista, per aggiornarsi su alcune questioni e per affrontare riflessioni su problematiche interessanti. Niente male. Coraggio,dunque.

E buona lettura.


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